Ricca e ornata nelle cose, secca e arida negli uomini: questo l’impietoso ritratto che lo storico italiano Franco Venturi fa della Genova del ‘700. A conferma di questo giudizio, porta ad esempio un quadro di Alessandro Magnasco conservato a Palazzo Bianco e raffigurante un ricevimento di nobili genovesi. Essi vi appaiono… “… meschini e piccoli, chiusi nella loro minuta vita di gioco, di conversazione, di riposo, accompagnati dai loro abati e dai loro cagnolini, dominati, schiacciati dalle splendide loro ville, dai loro parchi, dai loro verzieri, equilibrati, perfetti, incantati di Albaro e delle colline genovesi.” (Franco Venturi, Settecento riformatore, 1969).

Bureau Luigi XVE in effetti la Genova del 1700 così appariva. Ancora straordinariamente ricchi, ma ininfluenti sulla scena politica e incapaci a reagire alla decadenza della gloriosa Repubblica, i genovesi eredi di coloro che erano stati i banchieri dell’Impero spagnolo, cercando di scacciare la noia, si dedicavano al collezionismo e a dare un volto nuovo, più gaio e confortevole, agli ambienti in cui vivevano. Genova, da sempre ha avuto (e ha tutt’oggi) il culto del rendere belle le proprie residenze, arricchendole di oggetti d’arte che dovevano stupire gli ospiti, facendoli morire d’invidia.

Genova ereditava dal Seicento un’illustre tradizione nella produzione di mobili riccamente scolpiti che andavano dai cassettoni “a bambocci” alle consolles con specchiere fastosamente dorate, su disegni di scultori quali Filippo Parodi (1630-1702). Le mutate dimensioni abitative e le diverse abitudini maturate tra nobiltà e borghesia, imponevano però l’adozione di nuove tipologie d’arredo, più contenute e al contempo più specializzate, la cui realizzazione era affidata ai “bancalari”, ebanisti appartenenti a una corporazione con norme di accesso assai severe, ma che non legarono la propria opera ad ambizioni artistiche e che quindi, al contrario degli intagliatori (vere e proprie rock star nella lavorazione del legno) non divennero mai personalmente famosi.

Diventò di moda il mobile “impiallacciato” o “impellicciato” (da impiallacciatura o impellicciatura, sottile lastra di legno pregiato o di svariati legni che ricopre interamente o in parte il mobile) tecnica raffinatissima che trovò largo consenso a Genova, in quanto a suo agio sia nei mezzanini degli austeri palazzi nobiliari che negli appartamenti della borghesia rampante e nelle residenze estive. A queste ultime, e alle stanze più modeste degli appartamenti cittadini, erano poi in gran parte destinati i caratteristici mobili dipinti a colori pastello con disegni floreali a tempera.

Al di là delle varie produzioni (e destinazioni) al mobile del Settecento genovese viene riconosciuta l’elevata qualità d’esecuzione determinata, oltre che dalla bravura dei bancalari, anche dal gusto di una clientela assai esigente, desiderosa di mantenersi all’altezza del proprio glorioso passato e di dimostrare che nulla Genova aveva da invidiare alle raffinate coorti europee dell’epoca.

Oggi, come allora, la moda condizionava la vita di tutti i giorni: sull’onda della scintillante Versailles, tra gli annoiati genovesi, diventò imprescindibile organizzare feste in cui gli ospiti avessero modo di poter giocare d’azzardo. Di conseguenza, vennero commissionati a ebanisti una grande varietà di tavolini da gioco: di forma triangolare o rettangolare per occupare meno spazio possibile, a volte muniti di un meccanismo a molla che faceva emergere una cassettiera.

Ma il mobile che resta il più emblematico dell’ebanisteria ligure settecentesca e che nulla deve alle mode provenienti dalla Francia, è il “trumeau” (all’epoca chiamato “bureau”): così elegante e proporzionato da poter essere paragonato a un’opera di liuteria (Giuseppe Morazzoni, Il mobile genovese, 1962).

Trumeau Luigi XVI “trumeau” più ricercati e i più richiesti all’epoca, erano e sono quelli con la cosiddetta decorazione “a quadrifoglio” (un cuore quadrilobato) che Ludovico Caumont Caimi (L’ebanisteria genovese del settecento, 1995) attribuisce all’influenza inglese (Genova aveva notevoli commerci con il Regno Unito): infatti la tecnica è a intarsio con legni di colore contrastante tagliati a rondelle e non, come per i rari esempi francesi che si avvicinavano in grazia, basata sulle venature naturali delle lastre accostate.

L’esigenza pressante di essere “all’ultima moda di Parigi” si fece strada dalla fine degli anni Trenta del settecento. Nell’interpretazione del rococò francese, i bancalari diedero prova di un’autonomia artistica che rende inconfondibili le loro creazioni, semplificandone le parti accessorie ossia alleggerendo il mobile dalle decorazioni metalliche, di cui la Francia opulente faceva largo uso e che la Genova, sempre così umilmente ritrosa, trovava eccessiva e volgare. Come scriveva Edi Baccheschi nel suo Mobili genovesi del 1962: “ Il Luigi XV trova nello splendido barrocchetto genovese una libera, originale versione delle sue linee, dei suoi motivi decorativi… eleganza sciolta che è assai vicina alla produzione di Parigi e talvolta superiore per sobrietà”.

Il neoclassicismo venne recepito prontamente dagli ebanisti genovesi, nell’utilizzo degli stessi motivi a intarsi, mentre qualche reticenza si ebbe per l’abbandono delle linee sinuose del mobile, in virtù di una comparsa della gamba dritta.

Alcuni tra i mobili neoclassici genovesi documentati presso alcune facoltose famiglie patrizie sono accumunati da montanti cilindrici o a colonna scanalata che ne suggeriscono la probabile provenienza da una sola delle non più di cinque o sei botteghe di alto livello operanti nel capoluogo ligure nel corso del secolo XVIII. Molto forte a Genova fu poi l’influenza dell’intarsio lombardo detto “alla Maggiolini”, che in alcuni mobili appare così vicino al gusto e alla tecnica delle fonti da porre dei seri problemi di attribuzione.